Riccardus è 'l mio nome e di codesta compagnia io fo parte.

Omo fiero e di dura cervice, mastro del ferro son diventato

e d'arme investito al titolo di cavaliere. Da stirpe nobile

non nacqui, ma chi nel cor ha coraggio non deve auscultar

ragioni alcune.


Figlio di mugnaio ero io e a trasportar li sacchi passai

la mia joventute, ma ad altro ruolo il mio fato

m'avea destinato. Il coraggio certo non mancava

e a scacciar lupi e briganti ero avezzo visto il malvenire

di queste parti, ma uno solo era il mio desio: l'esser cavalier

e portar l'arme per difender deboli e fanciulle, vagando

ove il sol non ha confine.


Della mia nascita nulla rinnego, di povertà e umiltà

ho fatto tesoro ed ora so il valore di codeste parole.

Fu di novembre, quando la nebbia annega il mio mulino,

che un uomo senza nome, sul cavallo nerito s'accasciò

stremato sull'uscio. Ed è in povertà che l'uomo impara

il valore della vita, e l'aiuto ad un viandante non va mai

rifiutato. Curato e rimesso a lustro egli si rivelò d'esser

cavaliere giunto in questi luoghi per rivendicar le terre.


Debitore di sua vita e d'onore investito chiese cos'egli

potesse fare per sdebitarsi della cortesia. Mio padre

non chiese nulla per se ma volle che io lo seguissi per diventare un giorno cavaliere.


Di qui la mia storia ebbe inizio, e divenni scudiero di messer Rainaldo che, riprese

le sue terre si mise al servizio del vescovo di Ivrea per difendere Romano. E così mi

istruì all'arme e della spada divenni padrone, giurando di usare 'l ferro solo per

punir gl' immondi e salvare le vite dei più deboli. Così imparai il codice del cavaliere,

a rispettar la vita e a pregar lo Signore. Non v'è gioia più grande che viver nella

pace, ma non v'è limite alla brama di potere di chi volle attaccare Romano. Noi

fummo vinti poiché poche erano le forze ed il mio signore perì nella battaglia, ma

nel morire mi diede la sua spada e il suo sigillo perché fossi cavaliere degno del suo

insegnamento.


Rovinosa fu la sconfitta e di quel regno non rimasero che poche mura, e io costretto

a fuggire per aver difeso lo borgo, mi rifugiai da mio padre, nel mulino Roschietto,

dove rimasi tra il grano ed le giumenti per aver salva la vita.

A mia sorte altri furono destinati e di li passati per aver ristoro divennero miei

compagni di viaggio e amici nella sorte. Da li imparai ad usar lo foco per girar li

borghi portando festa, ma nulla dimenticai dell'arte insigne d'esser un cavaliere e

ovunque vi fosse bisogno la era la mia spada e la morte mi colga solo in battaglia

perché di vecchiaia non sono degno di lasciar questa terra.


Ed ora viaggio con codesta compagnia, ed esibendomi con maestria nell'arte del

fuoco porto gioia e allegria, poiché di questo ora la gente ha bisogno, visto che di

guerra e ingiustizia ha già piena la memoria.